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"Una costante evoluzione nel segno di una grande coerenza: in estrema sintesi si potrebbe definire così la musica di Teresa Procaccini. È sempre chiara l'appartenenza di una sua opera al tempo in cui di volta in volta viene alla luce, e ciononostante essa resta fedele ai valori formali classici, ad una melodicità espressa senza complessi. Quella sorta di “sindrome del camaleonte”, che pure è comune ai vari esponenti della musica del nostro secolo, le è invece completamente estranea, perchè la Procaccini, attraverso il vario aggiornamento tecnico, riesce sempre ad essere sé stessa. La tecnica non è mai un supporto macchinoso, e non è un obiettivo, ma anzi uno stimolo: e questo vale sia per il linguaggio sia per la conoscenza dei vari strumenti, che anzi finisce per rappresentare un suggerimento di situazioni sempre nuove ed esaltanti, uno stimolo alla fantasia. Insomma, l'ultima parola spetta sempre all'ispirazione.
In tutto l’arco produttivo della Procaccini l’invenzione procede sempre su doppio binario: quello dello slancio ritmico, che si nutre di atmosfere care a un Bartok o a uno Stravinskij, e quello patetico, che ha una matrice degna delle migliori tradizioni italiane. Tutto ciò, come abbiamo accennato, non compromette l’evoluzione tecnica, che riesce a convivere con il dato più tradizionale, senza mettere in crisi la comprensività e l’ascolto gradevole. Si avverte, questa evoluzione, nella capacità di assorbire e incorporare stilemi che, ad un giudizio sommario, parrebbero inconciliabili con il linguaggio di Teresa Procaccini.
Persino la dodecafonia ha sicuramente influenzato qualcuna delle sue composizioni, il cui pregio è comunque affidato al prevalere degli interessi espressivi: non decorativi o scientifici o didattici, come in genere accade nella musica d’avanguardia. Anche l’approccio ai singoli strumenti è nel segno di una tecnica consolidata, pur se ci s’imbatte sempre in soluzioni del tutto originali. L’autrice non predilige questo o quello strumento, ma all’occorrenza dimostra di conoscerli tutti profondamente e riesce a sfruttarne le caratteristiche in una discorsività esplicita".
Virgilio Celletti
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